Ogni campagna elettorale ha le "sue"
parole, o parole-chiave, quelle su cui si polarizza la
propaganda, la discussione, il confronto.
Noi ne abbiamo individuate alcune.
ABORTO - Con
la forza d'urto di un elefantino molto intelligente,
Giuliano Ferrara ha imposto il tema, anzi ha deciso di
convertirlo in una lista elettorale (detta Pro-Life),
non particolarmente apprezzata neppure da Berlusconi.
La proposta è quella di una "moratoria": termine che
equivale a "sospensione" e che, dunque, nel caso
specifico, non è chiaro a che cosa concretamente
alluda. I maggiori partiti hanno già fatto sapere che
non gradiscono né la discussione né, ancor peggio, la
polemica. Una prudenza che nasce non solo da
preoccupazioni elettorali: il Pd, come è noto, contiene
dentro il suo ampio spettro di culture e posizioni
politiche tutto e il suo contrario, dal clericalismo
dichiarato e spudoratamente naif al laicismo di matrice
femminista. In ogni caso: a parole, nessuno, neppure
Ferrara, propongono modifiche sostanziali alla legge
194, che non solo ha funzionato (relativamente) bene,
ma ha ridotto nettamente il numero degli aborti
praticati. Allora che cosa vogliono? Vogliono una cosa
che, purtroppo, hanno già in gran parte ottenuto:
produrre un clima di criminalizzazione delle donne che
scelgono di interrompere una gravidanza, attaccare la
libertà femminile, costruire un organico pensiero
politico reazionario.
AMBIENTALISMO - Una grande questione strategica,
strapazzata dai media e da una indecente campagna
denigratoria. Sul conto degli ecologisti è stata
caricata, pressoché intera, la responsabilità della
crisi dei rifiuti in Campania. Più in generale, chi
pone la priorità ambientale, e quindi della qualità del
modello di sviluppo, viene accusato di essere il mero
portatore dei No. O della cultura del Nimby (Not in my
Backyard, Non nel mio cortile), come dice anche Walter
Veltroni, invitando ad un ambientalismo dei Sì. Cioè
compatibile con gli interessi e la logica d'impresa.
AMERICANIZZAZIONE - Il sogno per nulla segreto di molti
protagonisti di questa campagna elettorale: far
diventare l'Italia il cinquantaduesimo Stato del grande
impero nordamericano. Un Paese confederato, con un
Presidente forte (magari eletto direttamente dal
popolo), due soli grandi partiti tra cui scegliere (v.
alla voce bipartitismo), astensionismo diffuso, molto
movimento nella "società civile" (del tutto separato
però dalle istituzioni), un sistema di lobbies e di
battaglie (trasversali) per singole issues, poche
tasse, molto patriottismo, molto inglese - ed anche
molte nicchie, tutte le nicchie che si vogliono, tanto
non contano nulla. Che ci sarà di affascinante in
questa caricatura del peggio dell' America?
Mah…Intanto, Berlusconi si traveste da MacCain e
Veltroni si sente quasi come Obama.
ANTIPOLITICA - Secondo molti media, l'antipolitica è
improvvisamente già alle nostre spalle. Può darsi che
il terremoto - o la più semplice ristrutturazione - del
panorama delle forze che si presentano alla
competizione del 13-14 aprile sia bastato a recuperare
l'umore di profonda sfiducia nella politica, nei suoi
protagonisti e nelle istituzioni, che serpeggia da
tempo nel popolo italiano. Può darsi, insomma, che
l'effetto-novità funzioni davvero. Ma sarebbe
imprudente, soprattutto a sinistra, sottovalutare
l'astensionismo strisciante che, di sicuro, più che
serpeggia nell'elettorato, appunto, di sinistra.
AUTODETERMINAZIONE - Il buco nero del dibattito di
queste settimane su "diritto alla vita", feti da
rianimare e femmine assassine. L'idea elementare,
partorita negli anni Settanta dalle femministe, secondo
cui una donna non deve rendere conto delle proprie
scelte né a padri e mariti né a preti né tanto meno a
magistrati non va proprio più di moda. Salvo che tra i
soggetti determinati a lottare per la propria libertà.
L'autodeterminazione è uno di quei temi su cui la
politica (quella con la P maiuscola) si fa - oggi più
di ieri - nelle assemblee e nelle piazze. Gay,
lesbiche, trans, donne di generazioni diverse - le più
giovani in prima fila - rilanciano il diritto di
ciascuna/o a inventarsi amori, sessualità, vite
sottraendoli alla norma patriarcale. Da loro la
Sinistra ha tutto da imparare.
BIPARTITISMO - Ed ecco l'obiettivo portante del sogno
americano di Veltroni e di Berlusconi: semplificare il
sistema politico, fino a ridurlo a due grandi e potenti
soggetti politici che si alternano al governo e che si
assomigliano molto, nel senso che condividono le scelte
essenziali - politica estera, economia, valori
nazionali. Si chiama "bipartitismo perfetto" (per
distinguerlo da quello "imperfetto", che secondo la
definizione di Giorgio Galli, ha retto l'Italia per
tutta la prima Repubblica, nel "condominio" tra Dc
sempre al governo e Pci sempre all'opposizione) e si
fonda su un'opzione di politica ad un tempo debole e
governista. La politica, appunto, si identifica con una
sola sfera, quella del Governo: perciò il Partito si
riduce a un grande contenitore ecumenico, cioè
interclassista, delle opinioni di cittadini e cittadine
e si struttura come una pura macchina elettorale, che
nasce e rinasce ogni volta che si vota. In
quest'ottica, i partiti non possono che essere di
centro, perché, come dicono all'unisono i politologi, è
al Centro che si vince. E la conseguenza più
significativa, almeno rispetto alla storia e alla
tradizione italiana, è la scomparsa della sinistra
politica, o la sua riduzione a pura testimonianza.
Attenzione: è del bipartitismo made in Usa che si sta
parlando. Anche in Europa esistono sistemi, in diritto
o in fatto, bipartitici, ma sono tutti caratterizzati
dalla persistenza di un soggetto comunque di sinistra,
socialdemocratico, socialista, o almeno nominalmente
prolabour. E' sempre la fissa che dell'America si
copia, o s'importa, solo il peggio….
CATTOLICI - Per quanto si dica e si ripeta in tutte le
inchieste sociologiche sulla secolarizzazione ormai
intervenuta nella società italiana (messe frequentate
regolarmente da una fettina di popolazione, matrimoni
civili in grande crescita, crisi delle vocazioni
sacerdotali, libertà crescente dei costumi non solo
sessuali), il peso specifico dei cattolici nella
politica italiana resta enorme. Non solo per la
politica ruiniana di pesante ingerenza nelle decisioni
e nelle leggi che il parlamento dovrebbe discutere e
approvare/disapprovare in piena sovranità, non solo per
il colossale spazio che Tv e grandi giornali offrono al
pontefice e alle alte gerarchie vaticane, non solo per
le debolezze dello schieramento laico, spesso privo di
idee forti e quasi sempre sulla difensiva, ma per
ragioni più di fondo, legate alla storia e, forse, al
declino spirituale del Paese. Fattostà che, ad ogni
elezione importante, tutti inseguono i "voti dei
cattolici" - sta già accadendo, anche questa volta.
Fattostà che la maggioranza dei leader dei partiti, o i
loro più significativi esponenti, si dicono cattolici -
da Rutelli a Storace. E che il fenomeno degli "atei
devoti" si va moltiplicando, quasi a dismisura. Forse
c'entra anche la presenza capillare, in tutti gli
schieramenti, del personale politico di provenienza
cattolica o democristiana. La Dc non c'è più da un
pezzo, ma i democristiani ci sono, eccome.
CENTRO - Appare molto affollato, in questo momento. A
parte il Pd (non solo noi, ma il direttore del
"Riformista" l'ha definito, appunto, un partito di
centro, suscitando una vivace discussione), ci sono
almeno tre formazioni che aspirano ad occupare,
appunto, lo spazio del centro moderato: l'Udc di
Casini, la "Rosa Bianca" di Baccini-Tabacci, l'Udeur
del famigerato Mastella. L'effetto immediato appare,
per ora, lo spostamento del Pdl su una collocazione più
marcatamente di destra "conservatrice",
neo-autoritaria, un po' confessionale. Sembrerebbe
garantito uno spazio del 6-7 per cento - a parte
qualche exploit possibile in Sicilia, in Calabria e,
magari, nel Lazio. Ma poi? Se Berlusconi vince al
Senato come noi, Unione, abbiamo vinto nel 2006, che
cosa faranno i freschi centristi ritrovati?
GIOVANI - Saranno alcuni di loro, in particolare i
giovani rampolli di buona famiglia (leggi ricca), ad
usufruire di una visibilità finora inedita: anche
questo fa parte della terapia di replica all'umore
antipolitico. In questa campagna elettorale, cioè, si
rischia di morire di "bio-giovanilismo". Tutti parlano
dei giovani, in un mondo nel quale per fortuna si vive
(e perciò si invecchia) molto di più. Nessuno, a parte
la Sinistra, propone le cose essenziali: lotta alla
precarietà, salario sociale, potenziamento qualitativo
della formazione e del sapere alto, allargamento degli
spazi di libertà effettiva, a cominciare dalla fine di
ogni proibizionismo.
LARGHE INTESE - Non tutti lo sanno, specie l'elettore
medio, ma questa versione nazionale della tedesca
"Grosse Koalition" è uno degli esiti possibili delle
prossime elezioni - auspicato, per altro, da
Montezemolo, dal Corriere e vari altri poteri. A
prescindere dalle molte convergenze rintracciabili nei
programmi del Pd e del Pdl, e dai ribaditi desideri di
essere finalmente "per" invece che "contro", non si può
certo escludere che, date le trappole della legge
elettorale del Senato, si determini, da capo, una
situazione di difficile governabilità. Se così
accadesse, una qualche forma di convergenza "formale"
tra i due maggiori partiti sarebbe, come dicevamo, la
via d'uscita più ricercata. Non necessariamente un
governo alla Merkel, non esattamente un governo alla
Sarkozy, ma, magari, un intreccio bipartizan in salsa
italica. O un gentlemen agreement su base parlamentare.
O chissà quale altra fantasiosa perversione. Ci sono
tematiche, per altro, che si prestano particolarmente a
pratiche di "inciucio": la politica estera, la
sicurezza (il sicuritarismo), l'immigrazione - e
parecchie delle questioni dette "eticamente sensibili".
Lo si capirà presto, subito dopo il voto. Lo capiranno
i delusissimi elettori che pensavano, in perfetta buona
fede, di aver votato "utilmente" l'antagonista più
forte al berlusconismo.
LAICITA' - Tutti ne parlano, ma nel Palazzo pochi la
vogliono. Veniamo da anni di attacchi alla laicità
dello stato e alla sfera delle scelte individuali,
soprattutto quando attengono la vita e la morte.
Momento cardine è stata l'approvazione della legge 40
sulla fecondazione medicalmente assistita che, per la
prima volta nella storia repubblicana, impone a tutte e
tutti l'idea sulla vita di alcuni (la chiesa e i suoi
proseliti); segue a ruota tutto il dibattito
reazionario contro l'approvazione delle unioni civili.
Fatti simili, quando parliamo di altri Paesi, li
definiamo fondamentalisti o integralisti, sottolineando
in questo modo come la religione sia entrata,
prepotente, a regolare la sfera pubblica e le relazioni
sociali e sessuali. Ma che cosa significa parlare oggi
di laicità? Significa mettere al centro i principi di
libertà e uguaglianza, rivedicando per il singolo
(qualunque sia il sesso o l'orientamento e l'identità
sessuale) uno spazio che non può essere occupato dai
dogmi né di stato, né della chiesa. Per il popolo della
Sinistra è la grande sfida per il presente, la Sinistra
saprà accoglierla?
LAVORO - L'ha scritto, molto lucidamente, Mario Tronti
sul manifesto : non c'è Sinistra degna di questo nome,
capace di proporsi come entità politicamente e
culturalmente significativa, che non abbia il lavoro al
centro della sua identità. Non la tradizionale
"centralità operaia", degli operai della fabbrica, ma
la volontà di rappresentare e dar forza al vasto e
disperso "nuovo proletariato" prodotto dalla
globalizzazione. Quello che subisce l'"orrore
economico". Quello che vive lavorando, non lavorando,
faticando, alle dipendenze di chi lo sfrutta, lo
aliena, gli determina i tempi della vita, del consumo e
del così detto "tempo libero". Quello che, oggi,
rischia di perdere non solo il salario e i diritti, ma
la dignità.
QUESTIONE MORALE - L'espressione, di conio
berlingueriano, non piace a molti: che vi avvertono un
suono "moralistico", di generico richiamo all'onestà
(virtù incompatibile, oltre che con la ricchezza, anche
con la politica?) e, più recentemente, segnato dal
"dipietrismo". In verità, nella politica italiana (e
forse occidentale) la questione della moralità è aperta
da molti anni, ed ha radici molto complesse ma anche
molto "materiali": la fine dei progetti forti, delle
Grandi Narrazioni novecentesche, ha lasciato il posto
ad una politica debole e perciò "opportunistica". Per
un verso separata dai bisogni e dalla rappresentanza
sociale, quindi "svincolata", autoreferenziale,
tendenzialmente ridotta a mestiere o a tèchne. Per
l'altro verso, pronta invece a cavalcare ogni pulsione
sociale, ogni umore culturale, ogni rivendicazione
corporativa, che apparissero utili all'acquisizione di
consenso. Il passaggio dalla necessaria autonomia del
far politica all'autonomia del Ceto Politico: ecco il
grande vizio da cui son nate molte degenerazioni, da
Tangentontopoli in poi, le pratiche di corruzione e
neoclientelismo, la tendenza all'impunità. Non si
tratta dunque di contrapporre una società civile
"buona" e "innocente" alle cattiverie della casta -
hanno ragione tutti coloro che sottolineano la piena
convergenza della disgregazione sociale con le tare
della pratica politica. Ma di riformare radicalmente la
politica, restituendole senso, legame sociale, capacità
progettuale. In questo senso, questione morale e
Riforma della Politica sono quasi sinonimi.
SALARI - Salari, stipendi, pensioni, redditi da lavoro
dipendente: vanno aumentati, in termini consistenti e
palpabili. Non solo perché sono scandalosamente fermi
da troppi anni, non solo perché la gente non ce la fa
più, ma perché è l'ora di avviare quella politica di
redistribuzione della ricchezza che è costata la vita
al governo Prodi. Ecco un tema di semplicità, in fondo,
straordinaria.
SCUOLA - E' la grande rimossa della campagna
elettorale: non ne parla nessuno. Eppure, riguarda
milioni di persone. Eppure, la scuola (pubblica, laica
e plurale) è il fondamento ineludibile non solo dello
sviluppo sociale, ma della democrazia. Perché una tale
dimenticanza? Le prime cinque risposte saranno
premiate…
TASSE - Vanno ridotte a tutti, compresi i raider che
speculano sui mercati finanziari, o vanno
essenzialmente ridotte quelle che pesano sul lavoro
dipendente, quello su cui si poggiano davvero le
entrate fiscali del Paese? Ecco un'altra questione
quasi elementare. A pensarci bene.
VOTO UTILE - Berlusconi l'ha già detto, Fini l'ha
appena ribadito, Veltroni lo lascia intendere: ogni
voto esterno al "duopolio" Pd-Pdl è inutile, è uno
spreco, è una scelta dissennata. Da qui, l'appello al
voto, appunto, "utile": quello che riduce - a due soli
soggetti - la dialettica politica, quello che
semplifica e consente la stabilità. L'argomento è
antico, ma oggi si presenta in forma nuova (v. alla
voce bipartitismo) e, al di là del suo sapore
ricattatorio e, diciamo la verità, assai tracotante,
contiene parecchie suggestioni: all'elettore che si
ostina a coltivare un'identità diversa da quella del
duopolio, si rivolge una minaccia (la responsabilità di
un Disordine irrisolto) e, al tempo stesso, una lusinga
(l'Eden della stabilità). Semplificare è bello, i
Grandi soggetti sono più accoglienti dei piccoli, e
finalmente efficaci, in Due tutto può migliorare - ecco
l'idea della Grande Semplificazione, ecco la grande
illusione seminata nell'epoca del dominio della logica
binaria (che il computer simboleggia al massimo).
Inutile dire che la tentazione del "voto utile" si
diffonderà (si sta diffondendo) anche a sinistra: per
evitare la vittoria della destra, per dare la massima
forza possibile all'antagonista del probabile
vincitore, per premiare la novità, per punire una
sinistra che ha deluso, perché non ci si può che
rassegnare al "meno peggio". Gli argomenti sono questi
e molti altri - tutti da prendere tremendamente sul
serio.