Waltcapitalismo

Vuole l’abolizione definitiva della lotta di classe. Sogna l’affratellamento sentimentale e sociale tra imprenditori e lavoratori e stringe simbolicamente la mano al falco di Federmeccanica, Calearo, e all’ex-sindacalista Nerozzi – candidati autorevoli della stessa lista. Dichiara che il tempo giusto per “aprire un’impresa” non deve superare le ventiquattr’ore, alla faccia di controlli, dubbi e adempimenti burocratici. Esalta il cardinal Bagnasco per il suo intervento a favore dei salari ma tace sulle perentorie richieste dello stesso cardinale sul “rispetto dei valori cristiani” nella legislazione civile . Chi è? No, non è il Berlusconi di qualche anno fa, campione del neoliberismo e dispensatore di promesse di nuovi “miracoli italiani”. E’ Walter Veltroni – ieri – a Vicenza, sede nevralgica del Nordest e cuore di uno sviluppo economico così a suoi tempo impetuoso da travolgere tutto, a cominciare dai diritti più elementari di chi lavora . E’ caduto un muro, uno storico steccato, tra “noi” e “voi”, ha annunciato con toni trionfalistici il leader del Piddì – dove il “noi” sta per il centrosinistra (?) e il “voi” per quell’idea (e quella pratica) di crescita selvaggia, senza un filo di altre preoccupazioni, dove i contratti sono carta straccia, gli orari di lavoro indefiniti, le regole inesistenti, a parte l’autosfruttamento, i sindacati dei gran rompiballe – e ogni vincolo è percepito solo come un “laccio” o un “lacciolo”. Sì, è proprio caduto un muro, e il rumore dello schianto si è sentito fino alla Sicilia.
Non cadiamo nell’errore di sottovalutare questa vera e propria svolta, o di considerarla, semplicemente, uno dei tanti cascami propagandistici della campagna elettorale. Basti un’occhiata alla storia. Un tempo, quando eravamo bambini, a sinistra pur si distingueva nel panorama del nostrano capitalismo. C’era il capitalismo “straccione”, o meglio quello che la destra del Pci si ostinava a definire tale, e c’era (minoritario?) il capitalismo “avanzato”. C’erano gli imprenditori ottusi, arretrati, quelli che intendevano la forza-lavoro soltanto come una risorsa da spremere fino all’ultima goccia, e c’erano gli imprenditori “illuminati”, aperti al dialogo sociale e al confronto con i sindacati. E negli anni che precedettero il primo centrosinistra (il primo patto organico Dc-Psi, visto dal Pci senza troppa ostilità), prese corpo un’ipotesi riformista, non solo modernizzante, fondata sull’alleanza tra un pezzo di movimento operaio e la borghesia “progressiva”. Man mano, queste riflessioni strategiche, questa voglia di distinzione, e di analisi, sono andate perdute, nella sinistra e nello stesso movimento sindacale – oltre che nello schieramento padronale. (se il discrimine vero fu il 1980, la sconfitta operaia alla ristrutturazione selvaggia della Fiat, quello simbolico fu la fine della scala mobile – e forse la morte precoce e drammatica di Enrico Berlinguer). E dopo l’Ottantanove che spazzava via un intero equilibrio storico, la sinistra italiana, ovvero il suo maggior partito, scivolava verso una sola opzione: diventare l’interlocutore privilegiato della borghesia italiana, sempre più in crisi e sempre “meno presentabile” . A lungo, verso la fine del secolo scorso, venne accarezzato quello che, nonostante tutto, restava un progetto relativamente strategico, con un’ipotesi di sviluppo che avrebbe pagato il prezzo del ridimensionamento sindacale (vi ricordate il conflitto tra D’Alema e Cofferati?) ma avrebbe “guadagnato” in guida (e controllo relativo) della politica, ed eventuale modernizzazione del Paese. Nulla di tutto questo si tradusse in realtà. Ma oggi? Oggi il salto di qualità è nell’adesione incondizionata, nella resa appunto senza condizioni, alla logica del capitalismo là dove essa si esprime, se così possiamo dire, “allo stato puro”. Una rinuncia alla più modesta istanza “riformista”, ma forse perfino alla politica – all’idea che la politica, per quanto moderata sia, deve pur porsi il problema di non essere la mera ancella dell’”orrore economico”. E per di più un’esaltazione acritica, e quasi del tutto vacua, delle possibilità mirabolanti dello “spirito d’intrapresa”: non v’è chi non sappia, a parte il leader del Pd, che sull’Italia spirano ben altri venti, di recessione e di crisi economica, e che è tutto fuorché il tempo delle promesse, come ha spiegato ieri su questo giornale una bella intervista di Maurizio Zipponi. Come si fa, insomma, a promettere la lotta al precariato, a suon di mille euro al mese ad ogni lavoratore a tempo, e riconoscersi contemporaneamente in Calearo e nel “modello veneto” ? Come si fa a dichiarare necessario l’aumento dei salari e degli stipendi (fermi ben prima del 2000) davanti all’uomo che ha negato fino all’ultimo minuto il contratto nazionale ai metalmeccanici? La fuoruscita dallo schema socialdemocratico e riformista – dall’Europa - non potrebbe essere più palese: non la vocazione maggioritaria, ma quella americana, che riformista non è mai stata, appare oggi la cifra reale del Partito Democratico. Solo che, a differenza degli Usa (dove per altro sta accadendo qualcosa di molto interessante), la storica “anomalia” italiana tende oggi a manifestarsi in forme (chiamiamole così) bizzarre: mentre una parte ampia del voto operaio, al Nord, andrà o resterà alla destra, una parte ampia del voto di sinistra andrà proprio al Pd, come attestano tutti i sondaggi relativi alle regioni rosse. Un pezzo di popolo comunista, che tale magari ancora si declina, premierà, fedelmente e senza sospettarlo, il matrimonio tra il “suo” partito e la più pura ideologia capitalista.
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Misteri italiani? Forse. Ma forse non abbiamo ancora capito che cosa si sta davvero giocando in queste elezioni: la sopravvivenza della sinistra, come potenza politica, forza non residuale, soggetto capace di protagonismo. E destino di quel grande popolo di sinistra che pretende rappresentanza – e futuro. Forse, non abbiamo chiara la distanza ancora troppo grande che separa il “bisogno di sinistra”, non per caso ampio e diffuso, e quantificato dai sondaggi fino ad una potenzialità del 25 per cento, da quello che siamo e ci sforziamo di essere, come sinistra. Forse, non abbiamo abbastanza coraggio per tentare, quantomeno, anche noi di abbattere i muri, e far emergere con nettezza la verità dell’alternativa: di qua, la a-democrazia delle forze che compongono l’”arco del mercato”, che ha nei fatti già sostituito l’arco costituzionale (ecco il fondamento delle futuribili, possibili larghe intese); di qua, la persistenza di una Repubblica democratica, fondata sul pluralismo effettivo della rappresentanza e sulla forza, più che mai attuale, della Costituzione. Abbiamo un mese, per tentare di interloquire con i delusi, i critici, i dubbiosi, gli scettici, gli astensionisti, le donne e gli uomini in fuga, i giovani senza speranza: è quasi certo che noi siamo inadeguati, ma non siamo noi i soggetti da “premiare”. Noi siamo soltanto i poveri, quasi casuali, intercettatori dell’ultima occasione che ci è data. Da premiare, siete voi, se non volete essere governati da Calearo, Colaninno e qualche giovinetta rampante. Da premiare, è la speranza.