Una bella notizia...censurata.
Alle prossime elezioni
politiche, Rita Borsellino sarà candidata nelle liste
de “La Sinistra, l’arcobaleno” – e candidata
unitaria, nella coalizione che raccoglie tutte le
forze (partitiche e non solo) della
sinistra-sinistra. Ecco una bella notizia. Ecco,
soprattutto, una notizia: Rita Borsellino non è solo
un “simbolo” della lotta contro la mafia e la sua
cultura di morte, ma una personalità di grande spicco
civile e politico, tanto che, in Sicilia, dove si
voterà anche per il rinnovo del governo regionale, il
Pd l’ha voluta come numero due, nel così detto ticket
con Anna Finocchiaro. Peccato che questa notizia sia
stata quasi radicalmente censurata dal sistema
mediatico, Tv e grandi giornali. In particolare, oggi
non ne troverete traccia alcuna nel “Corriere della
Sera” – e negli altri ne troverete a stento un paio
di righe sbrigative, in pastoni titolati su questa o
quella candidatura “eccellente”. Ora voi direte che i
giornali sono liberi di dare il rilievo che vogliono,
alle notizie, secondo le loro gerarchie. Giusto, sì.
Ma sono liberi anche di violare le regole basilari
dell’informazione, quelle che ti insegnano all’esame
di giornalismo e che cominciano dallo straclassico
“cane morde uomo”? Curiosa libertà quella che induce
“Repubblica” a titolare sulla possibile (si badi
bene, solo possibile) candidatura di Massimo Calearo,
sconosciuto presidente di Federmeccanica, nelle liste
del Pd e a relegare nel sommario quella di Rita
Borsellino – ai miei tempi, una simile gerarchia
sarebbe costata la bocciatura all’esame! Strano
pluralismo quello che spinge il cugino “Corriere” a
riempire le pagine interne di interviste (o ritratti)
alle Veltroni-girls – ieri erano addirittura in due!
– e a tacere, in toto, della scelta di Rita
Borsellino. Altro che libertà: questa si chiama
censura. Censura bella e buona. Scelta politica di
parte, volta specificamente a danneggiare la
Sinistra, l’unico “ingombro” che potrebbe minacciare
il duopolio veltrusconiano (ma anche finiano,
diniano, mussoliniano, dipietrista, pannelliano,
“pizzicano” eccetera eccetera).
La verità è che i grandi giornali, come la Tv, hanno
già scelto il bipartitismo: hanno cioè deciso che lo
scontro elettorale si svolgerà solo tra due
contendenti e buttano su questa carta tutto il loro
(considerevole) peso, per orientare il
lettore-elettore e più generale l’opinione pubblica.
No che non si sono distratti. No che non conoscono le
leggi elementari del giornalismo: al buon
giornalismo, al giornalismo “normale” e corretto,
preferiscono la cattiva politica. La sinistra deve
scomparire, va cancellata, oscurata, il più possibile
ridotta ad una “varia” o ad una “breve”: ecco la
ferrea linea politica di Paolo Mieli ed Ezio Mauro.
Ecco la logica di regime che si annuncia – anzi, che
si pratica in questa campagna elettorale. E che avrà
giocoforza qualche eccezione – per la carità, il
diritto di tribuna non si nega a nessuno, nemmeno
alla Santanché. Nemmeno, ogni tanto, a qualche
esponente della sinistra.
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Giacché ha totalmente ragione Fabio Mussi, nella
lucida intervista apparsa ieri su “Repubblica on
line”: il “coro inaudito dei media, con tanto di
cimbali, trombe e pifferi intenti a cantare le lodi
del Pd e del Pdl” fa davvero infuriare. C’è una
“mobilitazione senza precedenti”, denuncia il
fondatore di Sinistra Democratica (a proposito un
abbraccio da tutti noi e auguri di un’ottima
convalescenza) per ridurre a due il sistema politico
italiano: non due partiti, ma due aggregati, composti
secondo le logiche di compatibilità con i rispettivi
Principi. Non il bipartitismo, ma un duopolio “che
non ha eguali in Europa” e che porterà quasi
inevitabilmente i due protagonisti ad una sostanziale
convergenza politica – in chiave trash, come è già
avvenuto nel sistema televisivo. Il fatto è che la
tanto sbandierata scelta di “andare da soli”,
ripetuta da Veltroni e da Berlusconi, si è rivelata
una bufala: l’obiettivo vero del Pd era – ed è –
quello di distruggere la sinistra, ridurla ai minimi
termini, farla fallire (così come l’obiettivo del
Cavaliere è quello di sbarazzarsi dei partner
scomodi, tipo Casini: guardate come funzionano queste
nuove convergenze parallele). E non è vero neppure
che il leader piddino vuole, in qualche modo, in
forme temperate e maldestre, rappresentarla lui, la
sinistra: al “Pais”, proprio ieri, ha dichiarato a
chiare lettere che “noi (il Pd) siamo riformisti ma
non siamo di sinistra” e ha rivendicato con fierezza
la rottura con la sinistra radicale, in forza delle
“abissali differenze” che la dividono dal nuovo
partito. Ci viene da rivolgere al nostro Walter
qualche domandina: ma come mai la filosofia
dell’”et-et” si applica a tutto, all’universo mondo,
alle più disparate Weltanschaungen, e si ferma,
inesorabile, sul limitare che separa i “riformisti”
dalla sinistra? E come abbiamo fatto, allora, a
superare questi abissi in venti mesi di governo
Prodi, o in tanti anni di governo di Roma? E perché
mai tutte queste distanze non ci sono tra i
“riformisti” e i dipietristi, che hanno passato gran
parte di quei venti mesi a destabilizzare e
disturbare la maggioranza? Domande inutili. Il Leader
Ecumenico non ha bisogno di coerenze: ha disegnato a
sua immagine e su sua misura una forza politica che
compete sulla zona grigia del Grande Centro – forse
inventatata dai sociologi della politica – dove solo
si può vincere. Perciò deve rompere con la sinistra,
per tentare di fare il pieno dei voti “moderati”.
Perciò, in contemporanea, deve ridurre la sinistra
all’oscurità mediatica: per svuotarla di protagonismo
e di efficacia e raccoglierne il capitale di voti, a
tutt’oggi robusto. A forza di talk show televisivi,
di paginoni del “Corriere” e della “Repubblica”, di
campagne scientificamente studiate, l’elettore di
Sinistra finirà col convincersi che la sinistra non
c’è, non è credibile, non conta nulla, non vale la
pena di votarla, visto che è un’illustre Ignota?
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Questo è il micidiale pericolo che incombe, adesso,
nella nostra battaglia politica. Essa, lo sapevamo,
era ed è durissima – ma la realtà di incarica quasi
sempre di superare le peggiori previsioni. Ora, però,
è tempo di smettere con le denunce e con i lamenti:
bisogna reagire con la massima determinazione di cui
siamo capaci. Bisogna combattere – perché non
cominciare col portare la nostra protesta, non solo
simbolica, davanti alle sedi della Rai e sotto le
redazioni dei grandi giornali? Bisogna moltiplicare
l’impegno con tutti i mezzi necessari, da quelli più
sofisticati e moderni a quelli più antichi. La posta
in gioco è la qualità della democrazia italiana. E
per la Sinistra vale più che mai l’antico motto:
“Primum vivere, deinde philosophare”.