Veltroni e il "dimagrimento" della politica
26/03/08 00:53
E bravo Veltroni. Alla vigilia della pubblicazione
dei redditi dei parlamentari, il leader diessino ha
ribadito le sue proposte di secco “dimagrimento”
della politica: meno parlamentari, meno soldi ai
parlamentari, niente soldi ai quotidiani di partito.
Una “tempistica” quasi perfetta, e forse non del
tutto casuale. In più, la promessa del reddito minimo
(1.100 euro al mese) ai lavoratori precari, proprio
come se i due provvedimenti – quello che taglia i
costi della politica, e quello che porta a un livello
meno indecente il salario minimo – fossero l’uno, il
secondo, conseguenza diretta dell’altro. Non c’è che
dire: il Walter populista sa il fatto suo, e ha fatto
tesoro della lezione berlusconiana d’antan, quando il
Cavaliere era “ne’ su’ cenci”, come si dice in
Toscana, e annunciava la nuova era dei miracoli.
Intendiamoci bene: il tema della lotta al precariato
è fondamentale, tanto che ne abbiamo fatto il “filo
rosso” delle nostre proposte. E il tema dei costi
della politica è notoriamente serissimo. Ma forse
tutti e due andrebbero cavalcati con un po’ meno
faciloneria e ben minore genericità.
Sui precari, il Pd dovrebbe chiarire definitivamente a se stesso da che parte sta. Davvero. Se la lotta di classe è una nozione da anni ‘50, come Walter ci ripete ogni giorno, se il concetto stesso di capitalismo è “anacronistico”, come ci dicono i suoi neofiti (alla Massimiliano Fuksas, per intenderci), come farà il Pd a “convincere” Confindustria, nonchè i suoi candidati imprenditoriali di punta (Calearo, Colaninno, Merloni e così via), che i lavoratori precari (interinali, a tempo determinato, e così via) non solo vanno pagati meglio ma non possono fare i precari a vita? Come farà a conciliare interessi oggi così evidentemente non conciliabili, se è vero che il lavoro precario è la modalità privilegiata dell’attuale modello di sviluppo capitalistico, che prevede, in nome delle ragioni della competitività, il massimo risparmio possibile sulla forzalavoro, la svalorizzazione stessa del lavoro, la riduzione ulteriore dei suoi diritti? Non amiamo, in genere, le semplificazioni, ma questo ci pare un caso di inaudita semplicità: quando si ragiona di precarietà, e di lavoro, non si possono ad un tempo servire Dio e Mammona. Lo dice la Bibbia, dall’alto della sua millenaria saggezza. Lo sa anche Veltroni, che infatti si è ben guardato dal prendere impegni credibili. Ma la conosce, almeno, la proposta spagnola, zapateriana, che fissa a 36 mesi il tempo limite della precarietà presso lo stesso datore di lavoro? E perchè l’allora costituendo Pd non la fece propria, ai tempi dell’accordo di luglio, quando al governo c’eravamo ancora, e mezza Italia si aspettava da noi riforme come questa?
***
E prendiamo – di petto – la questione dei redditi dei politici. Deputati, senatori, consiglieri regionali, e via giù per li rami, guadagnano troppo: è un fatto incontestabile. Godono cioè di retribuzioni molto alte, nonché di un mucchio di privilegi (e poteri medio-piccoli) che valgono danaro sonante (oltre all’italico “gusto del privilegio” a cui in troppi non sanno resistere). Riportare la condizione materiale dei “rappresentanti del popolo” alla sobrietà, per lo meno alla sobrietà degli omologhi europei, sarebbe dunque un’operazione di igiene della politica, forse perfino l’inizio di un percorso virtuoso – non ho dubbi in proposito anche dal punto di vista dell’esperienza personale (e anche tenendo conto del fatto forse poco noto che I parlamentari del Prc-Se sottoscrivono il 55 per cento dei loro “stipendi” al gruppo parlamentare). Ma qual è, o quale potrebbe\dovrebbe essere la retribuzione di un deputato o di un senatore? Vedete bene che, se si smette di agitare bandiere demagogiche e si entra davvero nel merito, la questione un po’ si complica.
Il fatto è che in tempi di crisi economica, se non di recessione, con le disuguaglianze sociali (e di reddito e di opportunità che galoppano, con un mucchio di gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, non c’è riduzione dei costi della politica che possa davvero “soddisfare” la giusta collera di massa: politici e parlamentari saranno percepiti sempre e comunque come indebiti privilegiati, parassiti, grassatori. Il fatto è che, se la politica perde di efficacia, se smarrisce la sua vocazione a trasformare la società, a favorire l’eguaglianza (o almeno la diminuzione delle attuali, enormi sperequazioni nella distribuzione della ricchezza), a battere la criminalità organizzata (quella grande), per la politica stessa non c’è futuro – e rischiano di prevalere sfiducia e qualunquismo. Se, invece e ahimé, la politica (la sinistra al potere) lascia che si produca quel che si è visto in Campania, montagne di mondezza per strada, basterebbe davvero dimezzare l’emolumento dei consiglieri regionali? Se sul contrasto al precariato si agitano solo promesse, per altro impossibili da mantenere, sarebbero davvero un compenso sufficiente un vitalizio in meno, un bringe benefit cancellato, uno stipendio da metalmeccanico per i politici?
Ben venga, dunque, la riduzione degli emolumenti ai parlamentari – purché sia consistente e non si limiti al solito, simbolicissimo dieci per cento in meno (per di più calcolato soltanto sull’indennità base, quando le voci riconoscibili in busta paga sono molte alter). Ben venga lo sfrondamento sostanzioso di un bosco e un sottobosco troppo rigogliosi. Ben venga, possibilmente, il taglio secco dei guadagni abnormi dei membri (multipli) dei Cda, dei manager di Stato, dei superconsulenti – e di tutti coloro che nel pubblico godono di stipendi d’oro, pensioni d’oro, vacanze d’oro. Ma se una tale impegnativa operazione (posto che si abbia la voglia di realizzarla davvero, sul campo) si limitasse, anzi si esaurisse in tagli, taglietti e accettatine, servirebbe a poco. Soddisferebbe certo qualche pulsione demagogica, ma, nel fondo, potrebbe perfino rovesciarsi nel suo contrario: il “dimagrimento” della politica, sì, potrebbe tradursi, tout court, in una politica ancora più debole, esangue, impotente. In una democrazia ridotta al lumicino, per usare un eufemismo.
Non è questo ciò di cui il paese ha bisogno. Ci serve una politica che inghiotte meno risorse, sì, ma che al tempo stesso ritrova la sua forza: quel “danaro sonante” fatto di passioni, attività volontaria, reti relazionali, costruzioni comunitarie, voglia delle sfide “impossibili” e di quel decisivo cimento che è dato dalla trasformazione della società, e dall’autotrasformazione di quella povera cosa che siamo, quando siamo soli. Ci serve, come il pane, un’altra politica – la politica della “diversità”, della coerenza, dell’impegno etico individuale e collettivo che forse abbiamo conosciuto in qualche altra stagione. Non credete che sia proprio questa la ragion d’essere autentica de “La Sinistra, l’ Arcobaleno”?
Sui precari, il Pd dovrebbe chiarire definitivamente a se stesso da che parte sta. Davvero. Se la lotta di classe è una nozione da anni ‘50, come Walter ci ripete ogni giorno, se il concetto stesso di capitalismo è “anacronistico”, come ci dicono i suoi neofiti (alla Massimiliano Fuksas, per intenderci), come farà il Pd a “convincere” Confindustria, nonchè i suoi candidati imprenditoriali di punta (Calearo, Colaninno, Merloni e così via), che i lavoratori precari (interinali, a tempo determinato, e così via) non solo vanno pagati meglio ma non possono fare i precari a vita? Come farà a conciliare interessi oggi così evidentemente non conciliabili, se è vero che il lavoro precario è la modalità privilegiata dell’attuale modello di sviluppo capitalistico, che prevede, in nome delle ragioni della competitività, il massimo risparmio possibile sulla forzalavoro, la svalorizzazione stessa del lavoro, la riduzione ulteriore dei suoi diritti? Non amiamo, in genere, le semplificazioni, ma questo ci pare un caso di inaudita semplicità: quando si ragiona di precarietà, e di lavoro, non si possono ad un tempo servire Dio e Mammona. Lo dice la Bibbia, dall’alto della sua millenaria saggezza. Lo sa anche Veltroni, che infatti si è ben guardato dal prendere impegni credibili. Ma la conosce, almeno, la proposta spagnola, zapateriana, che fissa a 36 mesi il tempo limite della precarietà presso lo stesso datore di lavoro? E perchè l’allora costituendo Pd non la fece propria, ai tempi dell’accordo di luglio, quando al governo c’eravamo ancora, e mezza Italia si aspettava da noi riforme come questa?
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E prendiamo – di petto – la questione dei redditi dei politici. Deputati, senatori, consiglieri regionali, e via giù per li rami, guadagnano troppo: è un fatto incontestabile. Godono cioè di retribuzioni molto alte, nonché di un mucchio di privilegi (e poteri medio-piccoli) che valgono danaro sonante (oltre all’italico “gusto del privilegio” a cui in troppi non sanno resistere). Riportare la condizione materiale dei “rappresentanti del popolo” alla sobrietà, per lo meno alla sobrietà degli omologhi europei, sarebbe dunque un’operazione di igiene della politica, forse perfino l’inizio di un percorso virtuoso – non ho dubbi in proposito anche dal punto di vista dell’esperienza personale (e anche tenendo conto del fatto forse poco noto che I parlamentari del Prc-Se sottoscrivono il 55 per cento dei loro “stipendi” al gruppo parlamentare). Ma qual è, o quale potrebbe\dovrebbe essere la retribuzione di un deputato o di un senatore? Vedete bene che, se si smette di agitare bandiere demagogiche e si entra davvero nel merito, la questione un po’ si complica.
Il fatto è che in tempi di crisi economica, se non di recessione, con le disuguaglianze sociali (e di reddito e di opportunità che galoppano, con un mucchio di gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, non c’è riduzione dei costi della politica che possa davvero “soddisfare” la giusta collera di massa: politici e parlamentari saranno percepiti sempre e comunque come indebiti privilegiati, parassiti, grassatori. Il fatto è che, se la politica perde di efficacia, se smarrisce la sua vocazione a trasformare la società, a favorire l’eguaglianza (o almeno la diminuzione delle attuali, enormi sperequazioni nella distribuzione della ricchezza), a battere la criminalità organizzata (quella grande), per la politica stessa non c’è futuro – e rischiano di prevalere sfiducia e qualunquismo. Se, invece e ahimé, la politica (la sinistra al potere) lascia che si produca quel che si è visto in Campania, montagne di mondezza per strada, basterebbe davvero dimezzare l’emolumento dei consiglieri regionali? Se sul contrasto al precariato si agitano solo promesse, per altro impossibili da mantenere, sarebbero davvero un compenso sufficiente un vitalizio in meno, un bringe benefit cancellato, uno stipendio da metalmeccanico per i politici?
Ben venga, dunque, la riduzione degli emolumenti ai parlamentari – purché sia consistente e non si limiti al solito, simbolicissimo dieci per cento in meno (per di più calcolato soltanto sull’indennità base, quando le voci riconoscibili in busta paga sono molte alter). Ben venga lo sfrondamento sostanzioso di un bosco e un sottobosco troppo rigogliosi. Ben venga, possibilmente, il taglio secco dei guadagni abnormi dei membri (multipli) dei Cda, dei manager di Stato, dei superconsulenti – e di tutti coloro che nel pubblico godono di stipendi d’oro, pensioni d’oro, vacanze d’oro. Ma se una tale impegnativa operazione (posto che si abbia la voglia di realizzarla davvero, sul campo) si limitasse, anzi si esaurisse in tagli, taglietti e accettatine, servirebbe a poco. Soddisferebbe certo qualche pulsione demagogica, ma, nel fondo, potrebbe perfino rovesciarsi nel suo contrario: il “dimagrimento” della politica, sì, potrebbe tradursi, tout court, in una politica ancora più debole, esangue, impotente. In una democrazia ridotta al lumicino, per usare un eufemismo.
Non è questo ciò di cui il paese ha bisogno. Ci serve una politica che inghiotte meno risorse, sì, ma che al tempo stesso ritrova la sua forza: quel “danaro sonante” fatto di passioni, attività volontaria, reti relazionali, costruzioni comunitarie, voglia delle sfide “impossibili” e di quel decisivo cimento che è dato dalla trasformazione della società, e dall’autotrasformazione di quella povera cosa che siamo, quando siamo soli. Ci serve, come il pane, un’altra politica – la politica della “diversità”, della coerenza, dell’impegno etico individuale e collettivo che forse abbiamo conosciuto in qualche altra stagione. Non credete che sia proprio questa la ragion d’essere autentica de “La Sinistra, l’ Arcobaleno”?