Precari

Qualche secolo fa, il grande Jonathan Swift pubblicò un libello che si intitolava “Una modesta proposta”: il tema era come combattere, anzi estirpare la povertà. E qual era la “modesta proposta”? Mangiare tutti i bambini poveri, fino all’eliminazione della “specie sociale” degli indigenti. Si sa, l’autore dei “Viaggi di Gulliver” era dotato di un ineguagliabile spirito caustico, ed usava spesso l’arte del paradosso. L’altra notte, Silvio Berlusconi si dev’essere sentito la reincarnazione di Swift e non ha resistito, nemmeno lui, alla sua “modesta proposta”: nel corso di un dibattito seminotturno sul Tg-2 ha risposto ad una precaria che gli chiedeva consiglio che la soluzione dei suoi problemi era semplice, semplicissima: “Sposi il figlio di Berlusconi. Con quel sorriso se lo può permettere”. Nemmeno l’obiezione più ovvia del conduttore (“ma quanti sono, Cavaliere, i suoi figli?”) lo ha dissuaso. Berlusconi si è detto convinto che la sua idea era la più giusta. Cioè che la sua era una boutade molto spiritosa e molto efficace.
Ora, è vero che uno scherzo è uno scherzo – e non vorremmo essere tacciati di bacchettonismo, o di ossessione da “political correctness”. L’inseguimento di un marito ricco è stato a lungo un topos della letteratura, non solo “rosa”, delle chiacchiere, del senso comune.E anche la nostra scrittrice preferita, Jane Austen, ai primi dell’Ottocento si esercitava nei suoi finissimi romanzi sul matrimonio – l’“unica possibilità per giovanette attraenti e di modesta condizione sociale” non era forse quella di accalappiare scapoli brillanti, e dotati di un solido patrimonio (ancora terriero, all’epoca)? Ma c’è scherzo e scherzo. E quello del Cavaliere, in campagna elettorale, sulla bocca dell’uomo più ricco d’Italia e del possibile (ahimè) futuro presidente del consiglio, di divertente non ha proprio nulla. E’ infantile, prima di tutto. Infantilmente egocentrico. Scioccamente paternalistico. E privo, non si dirà della cattiveria swiftiana o della affilata ironia austeniana, ma di ogni autentico sense of humour.
Così, di quella “battuta” diviene evidente soltanto l’arroganza padronale e machista. Da galletto di bar che - seduto al tavolino mentre sorseggia una birretta, racconta barzellette sporche e discetta di donne e motori - apostrofa con apprezzamenti deliberatamente sboccati tutte le belle ragazze che passano. Perché sia chiaro: la condizione minima per accedere alla “ricetta” berlusconiana è di essere una ragazza giovane, carina e facilmente esportabile. Come le candidate del Pdl o le vallette televisive assunte per meriti specifici (e non precisamente culturali). Come le ragazze pon pon. Come l’universo culturale berlusconiano, fermo all’Italia che fu. L’Italia dei preti, dei farmacisti e dei carabinieri, delle famiglie perbene che la domenica vanno alla messa e tutti gli altri giorni nascondono la spazzatura sotto il tappeto. L’Italia del pater familias con le amanti, che tratta famiglia, moglie e figli come “roba sua”. L’Italia dei soldi, dei ricchi, dei riccastri, dei parvenus (non per rimpiangere nulla, ma quando mai l’avvocato Agnelli si sarebbe permesso simili stupidaggini?) che non hanno mai letto un libro perché erano occupati in più fruttuosi imbrogli. Ma non era, il Berlusca, un campione della modernità, dell’avvenirismo tecnologico e comunicativo, dell’Occidente allo stato puro? Sì che lo era – e lo è. Solo che “questa” modernità non ha più nulla a che fare con ciò che un tempo si chiamava progresso: è intrisa in profondità di regressione. Sociale. Civile. Culturale. Non contiene più promesse di emancipazione, per le larghe masse. Non contempla più la possibilità di migliorare davvero la propria condizione – ma solo la (cieca) fortuna individuale. Una vincita alla lotteria. Una (improbabile) eredità di un prozio americano. Un marito ricco, per le femminucce che ne sono capaci.
No che non era una battuta, quella del Cavaliere – perciò non ci ha fatto ridere. E pensateci con un brivido: tra meno di un mese, ce ne dirà dieci al giorno da palazzo Chigi. “Ahi serva Italia, di dolore ostello\ nave sanza nocchiero in gran tempesta \non donna di provincia ma bordello”.